Un Brexit potrebbe salvare l’Europa da se stessa

Fonte: The Telegraph

Come un Brexit potrebbe salvare l’Europa da se stessa

di Allister Heath
9 Marzo 2016

Proprio coloro che amano l’Europa, la sua diversità, la sua storia e la sua umanità, dovrebbero essere i più entusiasti sostenitori di un Brexit. Un paradosso? No, affatto. L’Unione Europea, come attualmente costituita, è finita fuori strada. È destinata a fallire, prima o poi, con conseguenze catastrofiche per la nostra parte del mondo, e l’unica via da seguire è che un paese importante rompa i ranghi e dimostri che ci può essere un’alternativa migliore, più coerente con valori fondamentali dell’Illuminismo europeo.

Sarebbe molto meglio se noi — piuttosto che un paese più socialista o più nazionalista — fossimo i primi a rompere i ranghi: la Gran Bretagna avrebbe l’opportunità di dimostrare che il libero scambio, una società aperta e basata su un governo indipendente e con un approccio liberale, possono garantire la pace e la prosperità che sono al centro del sogno europeo. Altri si unirebbero presto a noi. Votando per restare in EU, perderemo l’autorità morale per protestare, e potrebbero invece trionfare altri approcci, meno benigni, più autarchici e illiberali.

La zona euro non funziona, e un’altra crisi economica, molto più vasta, è inevitabile. Il prossimo fattore scatenante potrebbe essere un tracollo fiscale in Italia, o in un altro collasso bancario, o un’implosione politica in Spagna o in Francia, o in un’altra recessione globale. Nessuno può sapere quale sarà la causa scatenante diretta — ma ce ne sarà una, e le sue ricadute provocheranno sconvolgimenti molto più grandi di quello che abbiamo visto in Grecia. Allo stesso tempo, le tensioni alimentate dalla crisi migratoria cresceranno inesorabilmente, soprattutto se centinaia di migliaia o addirittura milioni di rifugiati si installeranno in tutto il continente nel corso dei prossimi anni.

Molti nel campo “Remain” concordano sul fatto che la zona euro richiede un intervento chirurgico drastico, ma la loro soluzione è ingenua. Credono che una maggiore integrazione — uno stato sociale per tutta la zona euro, maggiori trasferimenti tra paesi, poteri centrali di politica fiscale — possano cancellare i difetti intrinseci della valuta. Dubito che questo possa davvero funzionare anche in termini puramente economici, ma se anche fosse, è delirante illudersi che tale modello sia politicamente sostenibile.

La parola democrazia deriva dal greco antico: denota un sistema in cui il popolo (dêmos) ha il potere o governa (krátos). Non ci può, per definizione, essere una vera democrazia in assenza di un popolo; e non esiste un qualcosa come un demos europeo. I francesi sono un popolo; gli svizzeri sono un popolo, anche se parlano più lingue; gli statunitensi sono un popolo, anche se democratici e repubblicani si odiano l’un l’altro. Ma, nonostante gli europei abbiano molto in comune, essi non sono un popolo. I danesi non conoscono e non si curano della politica portoghese; gli spagnoli non hanno alcuna conoscenza o interesse per le questioni della Lituania.

Si possono tenere elezioni pan-europee, naturalmente, con gli elettori che scelgono tra liste multi-nazionali di candidati; ma, allo stesso modo, si potrebbe anche chiedere a ogni persona sul pianeta di votare per un presidente del mondo. Simili iniziative sarebbero uno scimmiottamento delle procedure democratiche, ma sarebbero una farsa. Sarebbero un ribaltamento orwelliano della vera democrazia, non una sua estensione. Non ci sarebbe alcuna relazione o comprensione tra i governanti e i cittadini, nessun vero controllo popolare, nessuna vera responsabilità (accountability); coalizioni di grandi paesi imporrebbero la propria volontà alle nazioni più piccole, e le élite sarebbero in rivolta. Saremmo ritornati alla politica imperiale in forma moderna.

I governi possono forgiare la coesione culturale tramite scuole statali, propaganda e media governativi; possono imporre lingue e una identità nazionale comune prima inesistente. Ci sono state molte di costruzioni nazionali di questo tipo nei secoli 19° e 20°, con culture nazionali create da zero. Ma la costruzione di un nuovo Euro-demos oggi sarebbe totalitaria: richiederebbe, odiosamente, di spazzare via molte delle differenze culturali presenti in Europa e di riscrivere la storia.

Dato che non ci può essere una Euro-democrazia sensata in tempi brevi, l’unica alternativa logica sarebbe di abbandonare l’idea stessa di governo del popolo, imboccare la via di una radicale centralizzazione fiscale e politica della zona euro, affidando il potere a dei burocrati non eletti.

Una soluzione del genere avrebbe conseguenze altrettanto disastrose. Pur mantenendo alcune banali apparenze della democrazia, una nuova euro zona completamente integrata  diventerebbe una tecnocrazia: un conglomerato transnazionale gestito da funzionari. Alcuni intellettuali, in privato, affermano che lo Stato nazionale è soltanto una momentanea stranezza nella lunga storia dell’umanità e che la democrazia rappresentativa sta fallendo. Ma l’opinione pubblica giustamente respingerebbe una tale assurdità: il vero problema è che la gente ha troppo poco, non troppo, potere. Il prossimo trattato europeo, che quando verrà alla fine redatto rappresenterà un altro balzo integrazionista, sarà quasi impossibile da accettare.

Siamo quindi in un vicolo cieco. L’UE ha di fronte una implosione economica, demografica e culturale di lungo termine, e tiene lo sguardo fisso su un abisso di illegittimità. Un piccolo sottogruppo di paesi europei può essere in grado di fondersi. Sono scettico anche su questo, ma è certamente una possibilità. Ma abbiamo bisogno di un nuovo modello di cooperazione europea per coloro che si rendono conto che né lo status quo, né più integrazione sono la risposta.

Ecco dove Brexit entra in scena. Un distacco britannico dall’UE, se eseguito correttamente, potrebbe salvare l’Europa da se stessa: creerebbe un piano B, un’alternativa praticabile per i paesi che vogliono essere parte di un’Europa integrata, ma sono scontenti del senso di marcia attuale.

Nel giro di pochi anni, la Gran Bretagna potrebbe essere al centro di una rete di almeno sei o sette paesi indipendenti ma strettamente integrati; sicuramente includerebbe Norvegia, Svizzera e Islanda, ma altri potrebbero unirsi, tra cui forse alcuni paesi non-euro come la Danimarca e anche l’Olanda, un paese sempre più anti-UE.

Per quanto riguarda gli europei dell’est, la loro adesione all’UE è stato un modo per ridefinirsi come post-sovietici, con l’adesione Nato come percorso di sicurezza. Ma se l’Europa dovesse dividersi in due gruppi molto diversi, uno decentrato guidato dal Regno Unito e un’altro blocco sempre più integrato controllato da Berlino e Parigi, ci sarebbe improvvisamente per loro più di un’opzione. Alcune nazioni dell’Europa orientale finirebbero per seguire la Gran Bretagna.

La nuova comunità economica del Regno Unito potrebbe anche essere estesa ad altri stati non UE nel Mediterraneo, come Israele o anche più lontano. Predicare e piagnucolare non è più sufficiente: la Gran Bretagna deve guidare con l’esempio e mostrare ai nostri vicini che essere buoni europei non richiede più essere parte della UE.

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