Boris: perchè dobbiamo uscire dall’UE

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Boris: perchè dobbiamo uscire dall’UE

Boris Johnsson
9 Maggio 2016

 

Mi fa piacere che questa campagna sia stata finora relativamente priva di attacchi personali — speriamo che continui così — ma l’altro giorno qualcuno mi ha insultato in termini che ricordano la Russia sovietica degli anni ’20, dicendo che non ho diritto di votare Leave perché in realtà sono un “liberale cosmopolita” (liberal cosmopolitan).

Questo all’inizio mi ha colpito. Poi ho deciso che come insulto non mi dispiace affatto — dato che è probabilmente vero. Per questo stamattina voglio spiegare il motivo per cui la campagna per lasciare l’UE sta attirando altri spiriti liberali e persone che ammiro come David Owen e Gisela Stuart, Nigel Lawson, John Longworth — persone che amano l’Europa, che si sentono a casa sul continente, ma il cui atteggiamento verso il progetto di Unione europea è diventato sempre più duro nel corso del tempo.

Per molti di noi che siamo diventati profondamente scettici, l’evoluzione è stata più o meno la stessa: abbiamo iniziato decenni fa mettendo in discussione le assurdità anti-democratiche dell’UE. Poi abbiamo cominciato a fare campagna per una riforma, e ci siamo eccitati nel 2013 al discorso di Bloomberg del Primo MInistro (video: Bloomberg Speech). Poi siamo rimasti sempre più senza speranza dato che nessuna riforma era in arrivo. Infine, grazie al referendum concesso a questo paese da David Cameron, una porta si è magicamente aperta nelle nostre vite.

Possiamo vedere i prati soleggiati oltre quella soglia. Penso che saremmo pazzi a non cogliere questa occasione unica nella vita di oltrepassare quella soglia. Perché la verità è che non siamo stati noi a cambiare: è l’Unione europea ad essere diventata irriconoscibile. Continuare ad insistere che l’UE riguarda l’economia è come dire che la mafia italiana è interessata all’olio d’oliva e al settore immobiliare: è vero ma dà una immagine profondamente irrealistica dei reali obiettivi di tale organizzazione. Quella che una volta era la Comunità Economica Europea (CEE) negli ultimi 30 anni ha subito una metamorfosi drammatica. E il punto cruciale è che sta diventando sempre più accentratrice, interferente e anti-democratica.

Basta leggere il Trattato di Lisbona — le cui disposizioni costituzionali erano state respinte da tre popoli dell’UE: i francesi, gli olandesi e gli irlandesi — per vedere fino a che punto la cosa si è spinta avanti rispetto a quello che noi abbiamo sottoscritto nel 1972. Bruxelles ha ora competenza esclusiva o esplicita per commercio, dogane, concorrenza, agricoltura, pesca, ambiente, protezione dei consumatori, trasporti, reti trans-europee, energia, libertà, sicurezza e giustizia, e ha nuovi poteri su cultura, turismo, istruzione e gioventù. L’UE ha già notevoli poteri di fissare le aliquote della tassazione indiretta su tutto il territorio delle 28 nazioni, e, naturalmente, ha il controllo totale della politica monetaria per tutti i 19 paesi dell’eurozona.

Negli ultimi anni Bruxelles ha acquisito un proprio ministro degli Esteri, una propria serie di ambasciate UE in tutto il mondo, e continua a sviluppare la propria politica di difesa. Dobbiamo smetterla di prendere in giro il popolo britannico; dobbiamo smetterla di dire una cosa a Bruxelles e un’altra per il pubblico nazionale; dobbiamo piantarla con la sistematica campagna di sotterfugi — per nascondere al pubblico la dimensione dei cambiamenti costituzionali coinvolti. Dobbiamo guardare alla realtà giuridica: si tratta di uno sforzo costante e in accelerazione per costruire uno stato chiamato Europa.

Guardate quella lista di competenze derivanti dal Trattato di Lisbona — con 45 nuovi ambiti in cui la Gran Bretagna può essere messa in minoranza nel voto a maggioranza qualificata — e potete capire perché la Biblioteca della Camera dei Comuni (House of Commons Library) ha più volte confermato che, sommando normativa primaria e secondaria, l’UE sta ormai generando il 60% delle leggi che passano per il nostro parlamento.

L’indipendenza di questo paese è seriamente compromessa. È questo fondamentale problema democratico — questa erosione della democrazia — che mi spinge in questa lotta.

La gente è sorpresa e allarmata quando scopre che il nostro contributo lordo al bilancio UE è ora arrivato a circa 20 miliardi di £ l’anno, e che il contributo netto è di 10 miliardi di £. E il problema non è solo che noi non abbiamo alcun controllo su come il denaro viene speso: è che nessuno ha un vero controllo — motivo per cui la spesa UE è costantemente associata alla corruzione. Naturalmente la campagna del Remain banalizza questo contributo britannico come cosa da poco, anche se potrebbe essere usato per finanziare un nuovo ospedale ogni settimana. Ma questo costo è, in un certo senso, il minore dei costi imposti dall’UE al nostro paese.

È profondamente corrosivo della fiducia popolare nella democrazia il fatto che ogni anno i politici del Regno Unito dicano alla gente che possono ridurre l’immigrazione al livello delle decine di migliaia di persone — per poi scoprire che mancano questi target di centinaia di migliaia di persone, con l’effetto di aggiungere ogni anno una popolazione delle dimensioni di Newcastle, con tutta la pressione che questo mette sul servizio sanitario nazionale (NHS) e sugli altri servizi pubblici, sempre più sottofinanziati.

Nella nostra disperata incapacità di rispettare i cosiddetti target, allontaniamo brillanti studenti provenienti dai paesi del Commonwealth, che vogliono pagare per venire nelle nostre università; facciamo fatica a reclutare personale per il nostro servizio sanitario nazionale — il contrario di quanto avviene dal lato dell’uso dei suoi servizi — perché non abbiamo assolutamente alcun potere di controllo sulla quantità di immigrati in ingresso senza offerte di lavoro e senza titolo di studio provenienti dai 28 paesi dell’UE. Io sono a favore dell’immigrazione, ma sono anche a favore del suo controllo e del fatto che i politici si assumano la responsabilità per ciò che sta accadendo. Penso che la gente sia sconcertata dal sentirsi dire che questo fondamentale potere di uno stato — poter  decidere chi ha il diritto di vivere e lavorare nel proprio paese — ci è stato tolto e ora si trova a Bruxelles.

E questo è solo un aspetto della continua erosione del diritto dei cittadini di decidere le loro priorità, e di mandare via, alle elezioni, chi prende le decisioni politiche. È triste che i nostri poteri di auto-governo economico si siano così ristretti che il Cancelliere dello Scacchiere deve andare personalmente in giro a chiedere agli altri ministri delle Finanze di permettergli di tagliare l’IVA sui tamponi. E, per quanto ne so, non abbiamo ancora ricevuto il permesso.

È molto preoccupante che la Corte di Giustizia Europea — quella con sede in Lussemburgo, non quella di Strasburgo (Francia) — possa ora pronunciarsi liberamente sulle questioni dei c.d. diritti umani, ad es. se questo paese abbia il diritto di espellere persone che il Ministero dell’Interno considera una minaccia per la nostra sicurezza. Ed è singolare che il governo stia ora attaccando il moscerino della Convenzione e della Corte di Strasburgo (le cui decisioni non sono effettivamente vincolanti per i tribunali del Regno Unito), mentre ingoia il cammello dell’ art. 55 sui Diritti fondamentali, che è completamente sotto il controllo della Corte europea con sede in Lussemburgo, dato che le sentenze di questa Corte sono vincolanti e devono essere applicate da tutti i tribunali di questo paese, e anche dal parlamento.

È assurdo che la Gran Bretagna — storicamente una grande nazione di libero scambio — per 42 anni non abbia potuto fare un accordo di libero scambio con Australia, Nuova Zelanda, Cina, India e America.

È soprattutto ridicolo che il Remain ci racconti che, dopo l’accordo di febbraio, siamo in una UE “riformata”, quando non c’è stato il minimo cambiamento nelle competenze dell’Unione europea, nessuna modifica dei trattati, nulla sull’agricoltura, nulla sul ruolo della Corte UE, nulla di sostanziale sui confini — nulla di lontanamente somigliante al programma di cambiamento che era stato promesso da Cameron nel discorso di Bloomberg del 2013.

In quell’eccellente discorso il Primo Ministro aveva attaccato ferocemente la mancanza di competitività della EU, la sua lontananza dagli elettori, il suo muoversi senza sosta nella direzione sbagliata. Per usare le sue stesse parole:

Il più grande pericolo per l’Unione europea non viene da coloro che sostengono il cambiamento, ma da coloro che denunciano il nuovo pensiero come eresia. Nella sua lunga storia l’Europa ha sperimentato che gli eretici avevano ragione.
Più Europa non permetterà all’Unione europea di tenere il passo con le nuove potenze economiche. Più Europa non riavvicinerà l’Unione europea ai suoi cittadini. Più Europa produrrà ancora di più la stessa cosa — meno competitività, meno crescita, meno posti di lavoro. E questo renderà i nostri paesi più deboli, non più forti. È per questo che abbiamo bisogno di cambiamenti radicali, di vasta portata.

Allora aveva ragione.

Ci è stato detto che occorrevano “una riforma radicale” e un cambiamento “vero e proprio” dei Trattati “prima del referendum” — altrimenti il governo era intenzionato a fare campagna per uscire dall’UE. E, francamente, questo è ciò che il governo dovrebbe fare ora. Se si guarda a quello che ci era stato promesso e a quello che abbiamo ottenuto, il governo oggi dovrebbe, per coerenza logica, fare campagna dalla nostra parte.

Ci è stato detto molte volte — dal Primo Ministro, dal Segretario di Stato e dal Cancelliere — che volevamo ottenere cambiamenti reali in materia di libera circolazione, tali per cui fosse necessario avere già un posto di lavoro prima di poter venire qui. Non abbiamo ottenuto questo cambiamento.

Ci è stato detto che avremmo ottenuto un effettivo opt-out dalla Carta dei diritti fondamentali — che tra l’altro dà alla Corte di Giustizia del Lussemburgo il potere di determinare l’applicazione della Convenzione del 1951 su Rifugiati e richiedenti asilo, nonché sull’estradizione, sulla tutela dei minori e i diritti delle vittime. Non abbiamo ottenuto nulla.

Ci è stato detto che saremmo stati in grado di impedire ai paesi dell’Eurozona di utilizzare le istituzioni EU per creare un’unione fiscale e politica. Invece abbiamo rinunciato al nostro diritto di veto.

La Relazione dei Cinque Presidenti rende chiaro che non appena sarà tolto di mezzo il referendum del Regno Unito, si procederà con nuove strutture di integrazione politica e fiscale di cui noi non dovremmo far parte in alcun modo, ma in cui inevitabilmente ci troveremo coinvolti, esattamente come siamo stati costretti — a dispetto delle promesse del contrario — a partecipare al salvataggio della Grecia. Vogliono procedere con nuove norme EU in materia di diritto societario, di diritti di proprietà e su tutti gli aspetti del diritto del lavoro e anche sulla tassazione — e noi ci troveremo trascinati dentro.

Chiamare tutto questo una “UE riformata” è un crimine contro il Trade Description Act, o meglio, contro la Direttiva sulle pratiche commerciali sleali nell’UE che lo ha rimpiazzato nel 2008. Il sistema UE è un dispositivo che ci spinge sempre più in una struttura federale.

Abbiamo avuto la dimostrazione, più e più volte, che non possiamo cambiarne la direzione. Non possiamo cambiarne i tempi. Non possiamo interrompere la costante erosione della democrazia. E siccome noi non accettiamo la meta finale, è il momento di dire ai nostri amici e partner, in uno spirito di estrema cordialità, che vogliamo un nuovo rapporto basato sul libero scambio e sulla cooperazione intergovernativa.

BoJo

Dobbiamo votare Leave il 23 giugno. Nel frattempo dobbiamo affrontare i tre grandi miti spacciati per verità dalla campagna per il Remain.

Il primo è il cosiddetto argomento economico — I remainers ammettono che c’è una perdita di indipendenza politica, ma sostengono che lo scambio è economicamente vantaggioso.

Il secondo potrebbe essere definito l’argomento della Pace-in-Europa — L’UE è associata a 70 anni di stabilità, e dobbiamo restare per evitare che i carri armati tedeschi attraversino il confine con la Francia.

Il terzo argomento è più astratto, ma ha effetto su alcune persone — È l’idea che non si possa davvero voler lasciare l’UE senza essere in qualche modo anti-europei, e che il Remain quindi abbia il monopolio del cosmopolitismo liberale.

Tutti e tre gli argomenti sono completamente infondati.

L’errore più grave è credere che ci sia un qualche efficace e ragionevole trade-off tra la perdita di controllo democratico e una maggiore prosperità economica. Tutta la base argomentativa del Remain è che c’è un costo democratico ma anche un beneficio economico, che accettando che il 60% delle nostre leggi sia fatto a Bruxelles vedremo una grande spinta nel nostro commercio, nelle nostre esportazioni e nella performance economica complessiva dell’UE. Questo si sta rivelando semplicemente falso.

La perdita di controllo democratico è moralmente dannosa e socialmente rischiosa e i benefici economici di rimanere soggettati alla macchina legislativa del Mercato Unico  — invece che avere solo accesso al Mercato Unico — sono in realtà molto difficili da rilevare.

Il governo vuole che restiamo bloccati dentro alla macchina legislativa del Mercato Unico, esposti a 2500 nuove regolamentazioni UE all’anno. Ciò che invece noi del Leave vogliamo è che la Gran Bretagna, come già molti altri paesi, abbia accesso al libero scambio nel territorio coperto dal Mercato Unico, ma senza essere soggetta all’imperio del diritto EU, che è vasto, montante e guidato da obiettivi politici.

C’è una grande quantità di evidenze che questa è la posizione più ragionevole. Prendete i due importanti periodi di 20 anni prima e dopo la creazione del Mercato Unico, cioè 1973-1992 e 1992-2012.

Ci hanno detto che il Mercato Unico sarebbe stato un grande generatore di posti di lavoro e di ricchezza — 800 miliardi di euro di PIL EU aggiuntivo, diceva il Rapporto Cecchini. Ci hanno detto che avrebbe fatto sfrecciare le esportazioni sempre più velocemente attraverso i confini. In realtà, cos’è successo?

Ha la Gran Bretagna esportato di più verso il resto della CEE a 11, per effetto del Mercato Unico? No, affatto: il tasso di crescita è rallentato, come Michael Burrage ha dimostrato quest’anno. Le esportazioni britanniche di beni alla fine del secondo ventennio sono in realtà il 22% più giù di dove sarebbero se avessero continuato a crescere al ritmo del ventennio pre-1992. Prevengo l’obiezione che questo possa essere solo il risultato di un peggioramento delle prestazioni della Gran Bretagna nell’esportazione di manufatti: lo stesso andamento negativo si è registrato anche negli altri 12 paesi della CEE.

Ci hanno detto che i beni avrebbero cominciato a girare nella CEE come in un ciclotrone sovralimentato; invece il tasso di crescita si è appiattito: 14,6% più basso che nel ventennio precedente, quando non c’era mercato unico.

Allora, qual è stato il vantaggio decisivo per la Gran Bretagna, o per qualsiasi altro paese, nello stare all’interno di questo sistema, nell’accettare queste migliaia di regolamenti con stessa taglia per tutti (one-size-fits-all)? In realtà si può sostenere che molti paesi sono andati meglio restandone fuori, liberi dalla burocrazia UE. Durante questo decantato Mercato Unico, dal 1992 al 2011, in 27 paesi non-UE le esportazioni di beni verso il resto dell’UE sono cresciute più velocemente di quelle del Regno Unito. E — cosa più imbarazzante di tutte — 21 paesi hanno fatto meglio del Regno Unito nella esportazione di servizi verso gli altri della CEE a 11.

Allora, dov’è il grande rilancio europeo che doveva essere guidato dal Mercato Unico del 1992? Nei 20 anni successivi all’inizio del mercato unico, il tasso di crescita nei paesi dell’Unione Europea è stato effettivamente inferiore a quello dei paesi extra-UE dell’OCSE. Sono i paesi indipendenti ad aver fatto meglio, mentre l’UE è un micro-clima con tassi di disoccupazione scandalosamente alti. Quest’anno si prevede che gli Stati Uniti cresceranno del 2,4%, la Cina del 6,5%, la Nuova Zelanda del 2%, l’Australia del 2,5 % e l’India del 7,5%. L’eurozona dell’1,5%.

Tutta quella crescita in più che ci avevano promesso, tutti quei posti di lavoro in più… Le promesse del Mercato Unico appaiono sempre più fraudolente. Non ha aumentato il tasso di esportazioni britanniche verso l’UE; non ha nemmeno favorito la crescita delle esportazioni tra gli UE 12; e non ha impedito che una generazione di giovani — in una enorme fascia di paesi del Mediterraneo — fosse gettata nel dimenticatoio.

Che cosa ha fatto quel corpus di regolamentazione UE per guidare l’innovazione? Ci sono più brevetti da fuori UE in corso di registrazione presso l’ufficio brevetti UE che dall’interno della stessa UE. L’Eurozona non ha università tra le prime 20 al mondo, è rimasta tristemente dietro all’America nella rivoluzione tecnologica — a dispetto di tutte quelle direttive che ricordo dagli anni ’90 su les réseaux télématiques (le reti telematiche). O piuttosto l’UE è rimasta indietro proprio a causa di quelle direttive.

In un sacco di altre parti del mondo il libero mercato e la concorrenza hanno ridotto le tariffe di roaming e tagliato i prezzi dei biglietti aerei — senza bisogno di una vasta burocrazia sovranazionale imposta da un tribunale sovranazionale.

Sento di nuovo le argomentazioni della City di Londra e le ansietà che esprimono. Le abbiamo già sentite 15 anni fa, quando molti degli stessi Remainers profetizzavano il disastro per la City di Londra se non avessimo aderito all’euro. Dicevano che tutte le banche sarebbero fuggite a Francoforte. Ebbene: oggi Canary Wharf da sola è molto più grande del centro finanziario di Francoforte. E ha continuato a crescere senza sosta dal crollo del 2008.

Quanto all’argomento che abbiamo bisogno del muscolo dato dall’appartenenza all’Unione europea se vogliamo fare accordi commerciali … guardate i risultati dopo 42 anni di appartenenza. L’UE ha fatto accordi commerciali con l’Autorità Palestinese e con San Marino. Bravi! Ma non è riuscita a concludere accordi con l’India, la Cina e nemmeno con l’America.

Perché? Perché negoziare per conto dell’UE è come cercare di cavalcare un cavallo in una grande pantomima con 28 persone che tirano ciecamente in direzioni diverse. Per decenni gli accordi con l’America sono stati bloccati dall’industria cinematografica francese, e gli attuali negoziati TTIP sono in stallo, almeno in parte, perché i produttori di feta greca non accettano l’idea che esista la feta americana. Possono avere ragione, dal punto di vista del gusto, ma non dovrebbe essere qualcosa che ritarda un accordo nel nostro paese.

Il commercio globale non è esercitato per gentile concessione di persone come Peter Mandelson. Le persone e le imprese commerciano tra loro, e sempre lo faranno fino a quando avranno qualcosa da comprare e da vendere.

Ma va notato che anche quando l’UE fa accordi commerciali, non sembrano andare bene per la Gran Bretagna. In 10 degli ultimi 15 accordi, il commercio britannico con i nostri partner è in realtà rallentato invece che accelerare, dopo l’accordo. Dipende da un problema nostro o dall’accordo? Può essere che i funzionari UE non abbiano tenuto conto dei reali interessi dell’economia del Regno Unito, che è strutturalmente così diversa da Francia e Germania? Può essere che dipenda dal fatto che la totale ed esclusiva responsabilità per la politica commerciale del Regno Unito è nelle mani della Commissione europea, un organismo in cui solo il 3,6% dei funzionari proviene da questo paese?

Nel tentativo di calcolare costi e benefici dell’appartenere al Mercato Unico, dobbiamo sicuramente aggiungere il vasto costo derivante dall’impossibilità di fare accordi di libero scambio con i mercati più redditizi e in più rapida crescita al mondo, perché siamo nella UE.

Se si considera che solo il 6% delle imprese del Regno Unito esportano verso l’UE 28; se si considera che il 100% delle nostre imprese — grandi e piccole — devono rispettare ogni virgola dei regolamenti; e se si considera che i costi di questi regolamenti sono stimati a 600 milioni di £ la settimana … temo che si arriverà alla stessa conclusione di Wolfgang Munchau, il commentatore economico del Financial Times, che ha detto: “qualunque siano le ragioni per rimanere nella UE, non sono economiche”.

E così torno al mio punto: dobbiamo smetterla di fingere. Si tratta di politica, di un progetto politico che sta ormai andando fuori controllo. Per capire la gravità della nostra situazione, la trappola in cui ci troviamo, dobbiamo tornare al periodo immediatamente successivo alla seconda guerra mondiale, all’agonia e alla vergogna di un continente distrutto. C’erano due brillanti francesi — un funzionario con grandi connessioni americane chiamato Jean Monnet, e un ministro degli esteri francese che si chiamava Robert Schuman. Volevano utilizzare l’integrazione economica per rendere la guerra tra Francia e Germania una impossibilità non solo pratica ma psicologica.

È stato un esercizio di quella che credo si chiami terapia comportamentale: indurre un cambiamento negli atteggiamenti sottostanti forzando un cambiamento nel comportamento. La loro idea era di tessere una normativa sovranazionale che non solo legasse insieme gli ex combattenti, ma creasse una nuova sensazione di europeità.

Nelle parole di Schuman: “L’Europa sarà costruita attraverso realizzazioni concrete che creino una solidarietà di fatto”. Jean Monnet credeva che le persone sarebbero diventate “europee nella mente”, e che questo approccio prevalentemente funzionale e normativo avrebbe prodotto una identità europea e una coscienza europea.

Quasi 60 anni dopo il Trattato di Roma, non vedo molti segni che questo programma stia funzionando. Le élite europee hanno infatti creato un sistema di governo federale sempre più complicato, con una rapidità che supera di gran lunga la disponibilità emotiva e psicologica dei popoli d’Europa.

Le ragioni sono evidenti. Semplicemente non c’è una cultura politica comune in Europa; non ci sono media comuni, non c’è un comune senso dell’umorismo o della satira; e — cosa molto importante — nessuna consapevolezza reciproca della politica nazionale, per cui l’Unione europea nel suo complesso non ha un senso comune delle due cose indispensabili affinché una democrazia possa lavorare in modo efficiente: occorre fiducia, e occorre vergogna. Non c’è fiducia, in parte per l’ovvio motivo che spesso le persone non riescono a capire le rispettive lingue. Non c’è vergogna, perché non è chiaro chi si sta opprimendo se si abusa del sistema UE.

Questo è il motivo per cui c’è un tale altezzoso spreco e furto di fondi UE: perché è denaro di tutti e di nessuno.

Se si cammina per Londra oggi, si noterà che la bandiera a 12 stelle della UE sventola dappertutto, perché è il giorno di Schuman, il compleanno del fondatore di questo progetto, e le élite hanno decretato che ciò debba essere adeguatamente rimarcato. Sentiamo fedeltà per quella bandiera? Fa sussultare il nostro cuore mentre la guardiamo sventolare sopra agli edifici pubblici? Tutt’altro. I britannici condividono con gli altri popoli europei un crescente senso di estraneità, che è uno dei motivi per cui l’affluenza alle elezioni europee continua a diminuire.

Come lo stesso Jean-Claude Juncker ha osservato con disapprovazione, “troppi europei stanno tornando ad una mentalità nazionale o regionale”. Ma di fronte a tale disillusione, le élite europee stanno facendo esattamente la cosa sbagliata: invece di far tornare indietro i poteri, li stanno centralizzando. Invece di seguire l’orientamento della natura umana e dell’opinione pubblica, stanno insistendo sulla la stessa terapia comportamentale correttiva di Monnet e Schuman: più legislazione, più controllo federale. E ogni volta che c’è una crisi di qualsiasi genere, il grido è sempre lo stesso: “Più Europa, più Europa!”

Che cosa hanno fatto quando il muro di Berlino è crollato e i francesi furono presi dal panico dell’inevitabilità dell’unificazione tedesca? “Più Europa!”
Cosa stanno dicendo ora, dopo che la conseguente moneta unica è diventata un disastro? “Più Europa!”

Persistono nell’illusione che la coesione politica possa nascere forzando l’integrazione economica, e stanno ottenendo l’esatto opposto. Qual è l’esperienza distintiva del popolo greco, nel corso degli ultimi otto anni? È un’umiliazione completa, un senso di totale impotenza. Il tasso dei suicidi è aumentato del 35%; l’aspettativa di vita è in caduta. La disoccupazione giovanile è circa del 50%. È una vergogna assoluta per il nostro continente.

Questo è ciò che succede quando si distrugge la democrazia. Si sentono i greci più vicini ai tedeschi? Si sentono in una comunità di interessi? Ovviamente no.

In Austria l’estrema destra ha appena vinto le elezioni per la prima volta dagli anni ’30. Il Fronte Nazionale è in marcia in Francia, e Marine Le Pen potrebbe fare bene nelle elezioni presidenziali. Non si può dire che l’integrazione europea stia promuovendo nè la comprensione reciproca nè la moderazione, e le conseguenze economiche vanno dallo scarso al disastroso.

La risposta ai problemi dell’Europa di oggi non è “più Europa”, se questo significa forzare altra integrazione economica e politica. La risposta è nella riforma e nel far tornare i poteri indietro alle nazioni e alle persone. E in un ritorno agli accordi intergovernativi, almeno per questo paese — e questo significa votare Leave il 23 giugno.

E, naturalmente, qualcuno in questo paese si sente giustamente turbato da un senso di dovere di vicinato. Ci sono Remainers che possono concordare con la gran parte di quanto sopra: cioè che i vantaggi economici per la Gran Bretagna sono o esagerati o inesistenti. Ma si sentono a disagio a tirarsi fuori dall’Unione europea nel suo momento del bisogno, quando i nostri vicini sono in difficoltà. Ed è a questo punto che arriva il cosiddetto argomento della “Pace in Europa”: l’idea che se la Gran Bretagna lascia l’Unione europea, ci possa essere un ritorno dei massacri sui Flanders Fields.

Questo argomento sottostima in modo grossolano quanto l’Europa è cambiata, e quanto la garanzia della NATO ha davvero sostenuto la pace in Europa. Ho visto il disastro quando l’UE è stata incaricata di mettere ordine nella ex Jugoslavia, e ho visto come la NATO l’ha risolto. E sottovaluta la misura in cui è la stessa UE, con le sue tendenze anti-democratiche, a rappresentare ormai una fonte di instabilità e di estraneamento.

L’Europa deve affrontare le due crisi gemelle della migrazione di massa e dell’euro, che si è rivelato un disastro per alcuni Stati membri. E la triste verità è che i rischi nel restare in questa UE non riformata si stanno intensificando e invece che diminuire.

Nelle prossime sei settimane dobbiamo educatamente ma senza tregua porre le seguenti domande al Primo Ministro e alla campagna per il Remain

  1. Come si può controllare l’immigrazione UE verso questo paese?
  2. Il nostro Reddito Minimo (Living Wage) è una politica eccellente, ma come si può evitare che operi da grande fattore di richiamo per una migrazione incontrollata dall’UE, dato che è di gran lunga superiore al Salario Minimo in altri paesi dell’UE?
  3. Come pensate di evitare che la Corte Europea di Giustizia interferisca sempre di più in materia di immigrazione, asilo, diritti umani, e in tutte le altre questioni che non hanno nulla a che fare con il cosiddetto Mercato Unico?
  4. Perché avete rinunciato al veto del Regno Unito su ulteriori passi verso un’unione fiscale e politica?
  5. Come potete evitare che ci veniamo trascinati dentro, e che veniamo costretti a pagare?

La verità è che la campagna per il Remain non ha risposte per nessuna di queste domande: ci chiedono di rimanere in un’UE del tutto non riformata e che punta nella direzione sbagliata.

Se il 23 giugno scegliamo il Leave, possiamo ancora esercitare una leadership su molte questioni. Possiamo contribuire alle discussioni sulla sicurezza, sulla lotta al terrorismo, sulla politica estera e di difesa, come abbiamo sempre fatto. Ma tutte queste conversazioni possono essere condotte in un quadro intergovernativo, e senza la necessità di strumenti giuridici imposti dalla Corte di Giustizia Europea. Saremo sempre in grado di collaborare per l’ambiente, in materia di migrazione, sulla scienza e la tecnologia. Continueremo ad avere scambi di studenti.

Avremo scambi commerciali quanto prima, se non di più. Potremo amare i nostri concittadini europei, sposarli, vivere con loro, condividere la gioia di scoprire le nostre diverse culture e lingue — ma non saremo soggetti alla giurisdizione di un unico giudice e di un sistema giuridico che si sta rivelando sempre più aberrante e che non viene imitato da nessun’altra area commerciale al mondo.

Non perderemo influenza in Europa e nel mondo — al contrario, si potrebbe sostenere che guadagneremo peso. Siamo soffocati al tavolo di Bruxelles; siamo messi in minoranza molto più di qualsiasi altro paese — 72 volte negli ultimi 20 anni, e sempre più regolarmente dal 2010; e l’Eurozona ha ora una maggioranza precostituita su tutte le questioni.

Noi riprenderemo e metteremo al sicuro la nostra voce —come la 5° più grande economia del mondo — in organismi internazionali come WTO, IMF o CITES, dove l’UE ci sta sempre più sostituendo e avanza la pretesa di parlare a nome nostro. Se si vuole una prova finale e conclusiva della nostra incapacità di “restare a modo nostro” a Bruxelles — e del disprezzo con cui saremo trattati se votiamo per il Remain — basta guardare all’accordo di Cameron e al totale fallimento del tentativo di ottenere un qualsiasi cambiamento di una qualche importanza.

Ma soprattutto — per arrivare al terzo punto chiave dei Remainerslasciando l’UE non, ripeto: non, stiamo lasciando l’Europa. Di tutti gli argomenti che usano, questo è quello che mi fa infuriare di più. Sono un figlio dell’Europa. Sono un liberale cosmopolita e la mia famiglia è una forza di pace delle Nazioni Unite in senso genetico.

Posso leggere romanzi in francese e posso cantare l’Inno alla gioia in tedesco e, se continuano ad accusarmi di essere un Little Englander, lo farò. Sia come redattore dello Spectator che come sindaco di Londra ho promosso l’insegnamento delle lingue europee moderne nelle nostre scuole. Ho dedicato gran parte della mia vita allo studio delle origini della nostra comune cultura europea e della civiltà dell’antica Grecia e di Roma.

Per questo trovo offensivo, insultante, irrilevante e positivamente cretino che mi sia detto — a volte da persone che riescono a malapena a parlare una lingua straniera — che appartengo ad un gruppo di xenofobi di mentalità ristretta. Perché la verità è che oggi è Brexit il grande progetto del liberalismo europeo, e temo che sia l’UE — pur con tutti gli alti ideali con cui era partita — a rappresentare ormai l’Ancien Regime. Siamo noi che stiamo parlando per il popolo, mentre loro difendono un sistema di governo oscurantista e universalista, che è ormai andato ben oltre la sua data di scadenza, e che è sempre più lontano dagli elettori comuni.

Siamo noi del Leave — non loro — ad essere collocati nella tradizione liberale dell’Illuminismo europeo e cosmopolita — non solo di Locke e Wilkes, ma di Rousseau e Voltaire. E anche se loro sono molti, e anche se sono molto ben finanziati, e anche se sappiamo che possono usare il denaro dei contribuenti senza limiti per i loro volantini, siamo noi pochi, noi felici pochi, che abbiamo l’inestimabile vantaggio di credere fortemente nella nostra causa e di sapere che la storia ci darà ragione. E vinceremo esattamente per la stessa ragione per cui i greci hanno battuto i persiani a Maratona — perché loro stanno combattendo per una obsoleta ideologia assolutista, mentre noi stiamo combattendo per la libertà.

Questa è la scelta del 23 giugno.

Tra riprendere il controllo del nostro denaro — o dare altri 100 miliardi di £ a Bruxelles prima delle prossime elezioni.

Tra decidere chi vogliamo che venga qui a vivere e lavorare — o lasciarlo decidere all’UE.

Tra una Gran Bretagna dinamica, liberale, cosmopolita, aperta al libero commercio globale e prospera — o una Gran Bretagna in cui rimaniamo sottomessi ad un sistema anti-democratico, messo a punto negli anni ’50, che è ora attivamente responsabile della bassa crescita e in alcuni casi la disperazione economica.

Tra credere nella possibilità di speranza e cambiamento in Europa — o accettare di non avere altra scelta che farci intimidire e sottomettere.

Si tratta di una scelta tra essere trascinati sempre più in un superstato federale, o prendere posizione ora.

Votiamo Leave il 23 giugno, e riprendiamo controllo della nostra democrazia.

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